Se, fin dall'Antichità, la vite occupa un posto singolare nei paesaggi, negli immaginari e nella simbologia delle società umane, è perché non è una pianta come le altre. Per la sua crescita sarmentosa, l'attenzione che richiede, la complessa trasformazione del suo frutto, è uno specchio dei rapporti che l'umanità intrattiene con la natura: rapporti fatti di cura, di anticipazione, di interpretazione. La vite obbliga a pensare il tempo lungo — quello delle stagioni, della maturazione, dell'invecchiamento — in modo tale da iscrivere nel suo ciclo una tensione tra l'istante e la durata. Esige dall'uomo rigore e intuizione, lavoro e passione. Tra pazienza ed ebbrezza, la vite fonda il suo potere simbolico, rappresentando tanto il dominio del vivente quanto la possibilità di una perdita di controllo. Così, ancor prima che la sua uva diventi vino, la vite convoca agricoltura, mitologia, saper fare, pensiero e arte. Non si limita a produrre frutti: crea racconto e senso.
OSPITI
- Pierre-Yves Quiviger, professore di Filosofia all'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne, direttore del Dipartimento di Filosofia
- Marc-André Selosse, professore al Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi e alle università di Danzica (Polonia) e Kunming (Cina)
- Pascaline Lepeltier, sommelier
- Nicolas Boulard, artista concettuale